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 Le liberalizzazioni nel mito americano.

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AutoreMessaggio
R.Siniscalchi
Farmacista M.S.F.I.


Maschile Numero di messaggi : 127
Località : Cagnano Varano (FG)
Data d'iscrizione : 03.04.08

MessaggioOggetto: Le liberalizzazioni nel mito americano.   Ven Nov 05, 2010 2:08 am

Sulle liberalizzazioni, che spesso han fatto rima con privatizzazioni dei patrimoni statali (cioè di noi cittadini) a gruppi economici tristemente noti, delle lenzuolate liberiste di Bersani e delle opinioni di Catricalà, presidente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust), si è scritto e detto più che a sufficienza; ma forse mai abbastanza.

Mi è capitato qualche giorno fa di leggere un articolo di Carlo Gambescia, nel suo blog carlogambesciametapolitics, in cui si analizzava il modello sociale americano.
L'autore evidenziava che numerosi economisti come Giavazzi celebrano tale modello economico poiché dalla parte dei meritevoli.
Faceva però notare alcune criticità del sistema economico americano, volutamente ignorate da chi lo “incensa”:

1.“... il tasso americano di concentrazione dei redditi è molto più alto del nostro, che non è sicuramente basso; negli Usa, in media, il 20 % più ricco della popolazione assorbe il 60 % del reddito nazionale, mentre in Europa si è intorno al 35-40 %”;
2.“... negli Stati Uniti la mobilità geografica è due volte maggiore di quella europea.”;
3.“... vi è nucleo ridotto di attori sociali (i grandi oligopoli)”;
4.“... una politica completamente sottomessa ai gruppi di pressione economici”;
5.“... un lavoro poco sindacalizzato e molto flessibile”;
6.“... nessuna forma di assistenza sociale e pensionistica, obbligatoria e pubblica”;
7.“... alti profitti, bassi salari e assenza di mediazioni pubbliche”.


In ultima analisi, se consideriamo questi punti come il prodotto di quello che potremmo definire il risultato darwiniano del capitalismo spinto, otteniamo il risultato di una società in cui chi perde il lavoro si ritrova per strada, costretto a vendere l'auto e la casa, e a spostarsi altrove in cerca di un'occupazione.

Il mito dell'America e delle sue grandi opportunità è solo un'utopia che ammaliò i nostri bisnonni in un'epoca in cui il fascino dell'avventura oltreoceano veniva esaltato e i fallimenti ovattati dalla carenza dei mezzi d'informazione e dal desiderio di fuggire la fame atavica presente (non solo) nel Meridione d'Italia.

Paradossalmente il mito USA viene riproposto oggi, in altra salsa, da prezzolati economisti. Benché negli States vi sia un tasso di disoccupazione ufficiale del 10% e ufficioso (dati ritenuti reali) del 16-18%!

L'America viene magnificata come la culla della democrazia, “nonostante vi sia una società fortemente gerarchizzata, con circa 50 milioni di poveri e poche decine di migliaia di ricchissimi che tengono in pugno l’economia, non solo americana.
Dove insicurezza e sradicamento producono criminalità, divorzi, patologie mentali, con tassi doppi rispetto a quelli europei: un americano su due assume regolarmente psicofarmaci, e uno su tre ha avuto problemi di alcolismo.”


Io non credo che il modello liberista americano, gradito anche all'attuale amministratore della FIAT Marchionne, possa essere esportato “tout court” in Europa. Non vi sono le condizioni geoeconomiche (si pensi alla diversa densità abitativa e reddituale) né geopolitiche e linguistiche (Stati con tradizioni politiche e idiomi frammentate e diversi).

A quanto descritto c'è poco da aggiungere.
Ognuno disegna la visione del proprio mondo come il migliore tra quelli possibili, ma poi dovrebbe avere il coraggio di viverci!

La verità è sotto gli occhi di tutti, purché siano aperti!
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