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 Il mercato non esiste!

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R.Siniscalchi
Farmacista M.S.F.I.
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Maschile Numero di messaggi : 127
Località : Cagnano Varano (FG)
Data d'iscrizione : 03.04.08

MessaggioOggetto: Il mercato non esiste!   Ven Gen 13, 2012 3:10 pm

“Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero”

Anonimo Arabo.

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Mi solleticava l’idea di iniziare, quanto sto per esporre, con questo aforisma.
Il pieno significato lo si potrà apprezzare alla fine di ciò che è scritto.
Porgo sin d’ora le scuse a coloro che, leggendo, subiranno il rischio di annoiarsi.

Ultimamente, con il ripetitivo blaterare dei media sulle liberizzazioni, manco fossero la panacea ai mali d’Italia, ho ritenuto opportuno approfondire la cosa. Anche perché dissertare, senza cognizione di causa, di argomenti sconosciuti, potrebbe fuorviare la propria e le altrui opinioni.

Nella mia ricerca mi sono imbattuto in un testo della Dr.ssa Paola Tubaro.
Paola Tubaro è ricercatrice di Economia politica (Université Paris X-Nanterre). Vive e lavora a Parigi.

Cercherò di sintetizzare, al meglio, i concetti espressi dalla ricercatrice partendo da un testo di Frédéric Bastiat, economista francese del diciannovesimo secolo, ultra-liberale, dal titolo “Lo Stato è una finzione”.
In esso viene criticato l’intervento dello Stato in economia, e, data l’opposizione Stato/mercato, viene spontanea la domanda: se lo Stato è una finzione, cosa è il mercato?

La visione popolare del mercato è quel luogo fisico ove periodicamente si riuniscono compratori e venditori. Sin dal Medioevo è stato il punto d’incontro delle esigenze dei cittadini, venuti in piazza a fare la spesa per la settimana, e dell’offerta dei contadini, recatisi in città.
Tale descrizione non è certo una finzione.

Tuttavia, oggi, si dà alla parola “mercato” un significato più metaforico. Meno tangibile. Si consuma questa parola per indicare non più un luogo, ma un incrocio di contrattazioni e transazioni tra vari soggetti.
Secondo molti autori liberisti, questa seconda interpretazione della parola “mercato” dà un senso all’opposizione tra esso e lo Stato.
“Il termine mercato viene usato per designare l’esito sociale capace di autogenerarsi dall’interazione delle azioni individuali, autonomo da ogni forma di coordinazione dall’alto. Il sistema – dicono i liberisti – è in grado di andare avanti da solo, e ogni tentativo di manipolazione da parte delle autorità potrebbe rivelarsi portatore di conseguenze disastrose”.

L’autrice pone a questo punto le seguenti domande:
1.Che cosa è quel processo sociale, per indicare il quale siamo stati abituati ad usare la parola mercato?
1.Che cosa significa, più precisamente, la nozione moderna di mercato?
2.Su quali basi la scienza economica ne giustifica la presenza e ne spiega il funzionamento?

Provare a ricercare la voce “market” sul New Palgrave, autorevole dizionario di economia, vera Bibbia per specialisti, studenti e curiosi, desta delusione. La voce “market” non è presente.
Eppure la parola “mercato” è largamente usata (e abusata) dai mezzi d’informazione.
Non resta che rileggere la teoria economica, per tentare di ricostruire la rappresentazione del mercato in essa contenuta.

Nell’analisi economica, gli economisti considerano un sistema economico come un insieme di individui. Ognuno con i suoi personali obbiettivi, desideri, gusti, preferenze, orientamenti, ecc. che li distinguono, e che la disciplina economica chiama “dati”.
Ovviamente, ciascuno di questi individui possiederà dei beni (case, terreni, denaro, azioni, ecc.) e capacità (naturali e/o acquisite con l’esperienza e l’educazione) in misura diversa.
In questo bel quadretto, però, ciò che più conta per la teoria economica e che ciascuno possa utilizzare come meglio crede quel che gli appartiene, al fine di soddisfare le sue esigenze e i suoi desideri. In pratica che possa decidere in piena sovranità di come disporre delle risorse che possiede.
Non esiste alcuna autorità centrale che imponga ai singoli come usare le loro ricchezze.
Ogni individuo è, pertanto, un polo decisionale autonomo e il sistema nel suo complesso non è costituito da un centro e una periferia, ma è una rete policentrica.

Bisogna, innanzitutto, precisare che tutte le decisioni personali si esprimono sotto forma di domande e offerte individuali di beni e servizi.
In secondo luogo, agendo ciascuno in maniera autonoma e libera implica che ogni decisione sia presa senza conoscere quella altrui.
Nessuno è in grado di prevedere i risultati delle proprie azioni, perché questi dipendono dall’interazione tra le proprie decisioni e quelle di tutti gli altri. L’incertezza è dunque sovrana in questo sistema.
Essenziale è che vi sia, in esso, compatibilità nelle scelte tra i singoli individui che lo compongono; altrimenti le aspettative di ciascuno, che con esso interagisce, verrebbero disattese.

Per semplificare questo concetto, poniamo il caso che un mio collaboratore farmacista, in procinto di sposarsi, decidesse di stipulare un mutuo presso una banca per l’acquisto di un appartamento, ritenendo di poter continuare a lavorare sufficientemente a lungo presso la mia farmacia per poter far fronte a tale spesa.
Supponiamo ora che, per sopraggiunti motivi economici (es. Legge Bersani), probabili ritardi nei rimborsi da parte dell’AUSL e impreviste spese (es. riammodernamento della rete informatica dell’azienda), decidessi una riduzione del personale, e lo licenziassi.
La sua decisione (acquisto dell’appartamento) sarebbe in conflitto con la mia (licenziarlo).
Si crea così un conflitto nel sistema: l’(ex) collaboratore deve rinunciare all’appartamento desiderato, la banca al suo guadagno, lo stesso vale per l’agenzia immobiliare, il notaio, ecc.
Anche i familiari dell’impiegato non ne trarrebbero certo giovamento, né la futura famiglia, prossima a crearsi.
Appare chiaro che, se ogni singola decisione venisse in contrasto sempre e comunque con quelle prese da altri soggetti, il sistema collasserebbe.
Eppure, nonostante l’assenza di una pianificazione centralizzata, di un coordinamento programmato, non si manifesta, nella società, quel caos che sarebbe logico aspettarsi.
L’economia politica ci insegna che, questo temuto disastro, non accade per opera di un “meccanismo” in grado di rendere compatibili le decisioni decentralizzate in un sistema di proprietà privata.
Per “meccanismo” si intende “un processo sociale, nato spontaneamente dall’interazione di tante azioni e volontà individuali, ma indipendente da esse (e dalla volontà politica), il cui esito può essere conosciuto solo a posteriori”.
Tutti gli economisti, di qualunque orientamento teorico, sono concordi nell’affermare l’esistenza di tale meccanismo!
Ne discerne che tale meccanismo non possa che essere il mercato. Cioè quel processo sociale in grado di produrre ordine a partire dalle libertà individuali.
Abbozzato questo concetto, ed entrando più nel dettaglio, al lettore attento non sfuggirà che “mercato” vuol dire essenzialmente “meccanismo dei prezzi”.
Usualmente si pensa che le variazioni dei prezzi siano ingenerate dal fluttuare della domanda e dell’offerta, e retro-agiscano su queste ultime rendendole compatibili tra loro.
Il meccanismo dei prezzi è il “linguaggio” del mercato generatosi da sé.
E come il linguaggio regola lo scambio comunicativo tra gli esseri, così esso apparentemente crea ordine nello scambio tra beni e servizi.
Come il linguaggio può essere utilizzato anche da chi è analfabeta, così il funzionamento del meccanismo dei prezzi prescinde dall’umana capacità di comprenderlo. Da prodotto culturale diviene presupposto culturale.
L’analogia con il linguaggio non è un caso.
Prima c’è la comunicazione, poi vengono codificate le regole grammaticali che conducono ad uniformare al meglio il linguaggio e a capirne la sintassi. Alla stessa stregua si è provato a fare con il meccanismo dei prezzi, per chiarire i processi che portano alla loro formazione.

Anche qui necessita un’esemplificazione.
Consideriamo una merce qualsiasi: una specifica auto usata (es. Fiat 500).
Alcuni proprietari mettono in vendita le proprie vetture mentre altri soggetti, desiderosi di quel tipo e modello di auto, ne fanno richiesta ai rivenditori.
Come precedentemente enunciato, le decisioni si manifestano sotto forma di domande e offerte individuali. Tuttavia le variabili da considerare sono la domanda e l’offerta complessive.
Supponiamo che l’offerta globale sia sproporzionata (troppo alta o troppo bassa) rispetto alla richiesta (400 FIAT offerte su 270 richieste, ovvero 600 richieste rispetto alle 400 auto offerte).
Nel primo caso si verificherebbe una diminuzione del prezzo nell’offerta, per far si che aumenti la domanda, nell’altra ipotesi avverrebbe esattamente il contrario (aumento del prezzo dell’offerta tendente a far diminuire le richieste).
Il meccanismo dei prezzi, in ultima analisi, produrrebbe una equiparazione tra domanda e offerta.

Ovviamente altre variabili potrebbero intervenire a turbare l’equilibrio creatosi. Per esempio l’offerta di Fiat 500 nuove!

Ma è proprio così che funziona? E’ sufficiente agire sul meccanismo dei prezzi, modulando la domanda e l’offerta, che si regola il sistema economico?
Apparentemente si!
Gli economisti, lavorando incessantemente su questi temi, soprattutto dagli anni cinquanta in poi, hanno dimostrato che agendo sui prezzi è possibile equilibrare il rapporto domanda/offerta affinché sia prossimo a uno.

Arrivati a questo punto, qualcuno di noi farmacisti, un po’ più smaliziato di altri avrà da obbiettare. E non avrebbe tutti i torti.
Quanti di noi sarebbero propensi a credere che, diminuendo il prezzo dei farmaci, si potrebbe accrescere a dismisura la domanda degli stessi! Forse che i casi di raffreddore e influenza aumentano con il diminuire del costo degli antistaminici e antipiretici.
Al massimo potrebbe incrementarsi l’attenzione del pubblico nei confronti dell’autocura e della prevenzione.
Tuttavia l’evidenza che il sistema dei prezzi riesce (almeno in parte e in specifici casi) a influire sulla domanda e sull’offerta complessive, dimostra che il sistema matematico, schematizzando questa situazione, ammette soluzione, pur con particolari aggiustamenti, caso per caso.
E meno male che è così.
Pensate se invece di distribuire farmaci vendessimo “casse da morto”!
Paradossalmente, con l’offerta del 3X2 ci dovrebbe essere una moria di gente.

Il passaggio dalla teoria matematica all’economia richiederebbe di capire le modalità di funzionamento di quel passaggio sociale che valida tale soluzione.
E’ il meccanismo dei prezzi da ingenerare tali e tante variazioni nella domanda e nell’offerta complessive delle varie merci, da condurre il sistema verso una dimensione di compatibilità?
La domanda è decisiva.
Se così non fosse ci troveremmo di fronte alla curiosa situazione in cui, pur essendoci compatibilità tra le decisioni individuali decentralizzate, il sistema non è in grado di raggiungere spontaneamente tale dimensione (di compatibilità) senza l’intervento esterno.
Vorrebbe dire che le forze di mercato sarebbero incapaci, da se stesse, senza interventi esterni, di stabilire quell’insieme di prezzi e regole in grado di rendere le scelte individuali compatibili tra loro.
In parole povere, in caso di un eccesso di domanda o di offerta, esiste una regola precisa che tuteli il sistema economico da eccessive fluttuazioni e instabilità?
E poi, chi somma tutte le individuali offerte e domande in un’unica proposta e richiesta, considerato che si era affermata l’assenza di un’autorità centrale preposta a ciò?

Ad aggravare ulteriormente lo schema creato per giustificare la compatibilità tra le varie decisioni individuali vi è il concetto di “scambio”.
Un soggetto passa da una situazione di desiderio a una di appagamento scambiando un bene (o del denaro) con un altro bene (o altra ricchezza). In questo passaggio è necessario aggiungere altri elementi, oltre alla variazione dei prezzi, finalizzati a modulare il bilanciamento tra domanda e offerta.

Quante volte ci si è trovati a discutere se l’affermazione “…è un qualcosa che non ha prezzo…” potesse riflettere la verità.

La vita umana, ad. es. ha un prezzo?
Per un cristiano cattolico sicuramente no, per un laico assicuratore si!
E quindi? Si può scambiare la vita di un bambino con quella di un adulto? Quale vale di più?
Chiedetelo ad un medico del pronto soccorso (del 118, per intenderci)!
Vi risponderà che, dalle lamiere contorte di un’auto incidentata, trarrà fuori prima il bimbo e poi l’adulto.
Anche qui esiste una scala di valori, come potete ben capire, che viene determinata da scelte individuali non sempre condivisibili.

L’esigenza di comprendere appieno come si svolgano gli scambi tra singoli individui diviene fondamentale nel modello di compatibilità finora descritto. Pertanto si aggiunge un’ulteriore elemento a complessare il meccanismo di funzionamento del mercato.

Semplicemente considerando i pochi elementi fin qui esposti si intuisce come, paradossalmente, la teoria economica non sia riuscita a dare risposte soddisfacenti.

Oggi gli economisti non sono in grado di dare più precise risposte di quanto non lo fossero trecento anni fa. Affermazione coraggiosa questa, ma non infondata se per rappresentare il funzionamento del mercato la maggior parte dei modelli matematici, a partire dal secondo dopoguerra, abbiano fatto ricorso a una particolare figura: il “market participant”, noto anche come “banditore walrasiano”.
Questo “agente fittizio” fa si che, attraverso successivi aggiustamenti di offerte e controfferte, minimizzando i costi di transazione, le parti in gioco si spostino automaticamente verso uno spazio di negoziazione. Fondamentale è che i soggetti partecipanti alla transazione non barino e dichiarino al banditore il vero valore del bene oggetto di transazione. Ma, soprattutto, non si rimangino la parola nell’atto in cui il bene viene aggiudicato, rilanciando la posta al momento della sua aggiudicazione o quando è nota l’offerta della controparte.
Il venir meno del banditore walrasiano farebbe mancare la certezza dello scambio e, come conseguenza, vi sarebbe l’incapacità del mercato di ottenere situazioni di compatibilità tra domanda e offerta. Egli è, in ultima analisi,una sorta di incarnazione del mercato; una personificazione di un meccanismo complesso, anonimo e impersonale.
In pratica, una finzione!
Utilizzare l’espediente del “banditore walrasiano” torna utile per semplificare i modelli matematici, ma ha il sapore di quella autorità centrale di controllo decisionale che, si era detto, dovesse essere evitata.
In verità, gli economisti hanno provato a sbarazzarsi di questo scomodo quanto imbarazzante e fantasioso personaggio, ma, nessuna impostazione alternativa, con diversi modelli matematici, si rivelò migliore di quella con il “market participant”.
Si preferì la sua ingombrante presenza anziché assenza.

E anche così facendo, le simulazioni matematiche non funzionano perché non si sa come avvengono precisamente gli scambi, come si formino i prezzi, né come domanda, offerta e prezzi interagiscano.
In pratica, con l’utilizzo dell’agente fittizio si è data appunto l’idea di ciò che il mercato è: una finzione.
Trecento anni di storia economica non sono bastati a fornire un fondamento teorico convincente di quello che dovrebbe essere il mercato nella concezione moderna. Esso resta una nozione evanescente e indefinita: un mito.

La conclusione di ciò è molto chiara.
“L’idea che il sistema economico, lasciato a se stesso, produca automaticamente un risultato ordinato, è utopia”.
Non è stato mai dimostrato che il coordinamento di azioni individuali, attraverso il mercato, conduca sistematicamente ad esiti sociali positivi.
Ne segue che è saggio sempre diffidare dalla retorica di coloro che affermano la necessità di liberalizzare i mercati, spacciandola come un portato della ricerca economica.
E’ consuetudine, oramai, invocare la teoria economica a sostegno, da parte di (prezzolati) economisti di fama e politici (vanagloriosi), di proposte di liberalizzazione.

Si tratta di un vero e proprio abuso della fiducia che i cittadini ripongono nella scienza (economica).
Infatti, contrariamente a quanto vorrebbero far credere, questi economisti e politici esprimono opinioni politiche, dettate dalle loro posizioni ideologiche.
L’analisi economica non è in grado di supportare, con prove valide, le loro convinzioni.

Liberalizzare o non liberalizzare, pianificare o lasciare che l’economia evolva da sé, ampliare o ridurre l’intervento pubblico, sono scelte, sempre e soltanto, politiche; suggerite dalle opinioni e dai valori con cui ciascuno addobba il proprio ideale di società e a cui decide che collettivamente si debba ambire.
Validarle con fantomatiche teorie economiche è quanto di più falso si possa fare.

Dr. Raffaele Siniscalchi.
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