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 La pubblica opinione.

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R.Siniscalchi
Farmacista M.S.F.I.
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Maschile Numero di messaggi : 127
Località : Cagnano Varano (FG)
Data d'iscrizione : 03.04.08

MessaggioOggetto: La pubblica opinione.   Dom Dic 02, 2012 5:59 pm

Stimolato da un chiacchierata intrapresa qualche giorno fa con un amico, sono andato a cercare il significato esatto della locuzione “pubblica opinione”.

L'enciclopedia Treccani definisce “opinione pubblica” il giudizio e modo di pensare collettivo della maggioranza dei cittadini, o anche questa maggioranza stessa. Il concetto di o.p., intesa anche come sistema di credenze sulla cosa pubblica, nasce con l'idea moderna di democrazia rappresentativa, definita da J. Locke come governo dell'opinione.

Per semplificare il concetto espresso con un esempio, immaginiamo che venga perpetrato un furto.
Se da un uomo ricco, insospettabile, e senza bisogno materiale alcuno che lo giustifichi, egli, nella magnanimità della pubblica opinione, potrà essere definito “cleptomane”.
Se, invece, a rubare è un poveraccio, con motivi esistenziali che l'hanno indotto alla condotta criminosa, sarà chiamato “ladro”.

Quanto esposto in poche righe, può darsi in modo semplicistico a spiegare un concetto più esteso, stigmatizza quel che è accaduto in questi ultimi vent'anni. La trasfigurazione della realtà, o, se preferite, della verità!

Se accettiamo l'affermazione che l'idea moderna di democrazia rappresentativa può essere definita come il governo dell'opinione, colui (o coloro) che meglio riuscirà a controllarla sarà il leader e, quindi, l'eletto a governare lo Stato.
Ma quale il limite oltre il quale il popolo rifiuterà di credere alle “verità” propinate, tramite i media, dal leader?

Vi sono molti fattori da considerare e i principali sono: carisma, livello di istruzione degli interlocutori (trattandosi di una popolazione eterogenea va considerata la media), capacità di controllo dei mezzi di informazione per amplificare i successi ottenuti e minimizzare gli errori, fedeltà del suo entourage.

Ovviamente è difficile riuscire a controllarli tutti, ma consolidati il primo e l'ultimo (carisma e fedeltà dei gregari) resta da omogenizzare il livello di conoscenza degli elettori e rafforzare il filtro sulle informazioni e il modo con cui esse vengono esternate. Sarei tentato a definire questo sistema una “dittatura dolce” o, per riprendere una affermazione del liberale Tocqueville, la “dittatura della maggioranza”!

Oggi, grazie alla rete internet e l'accesso sempre più diffuso alle nuove tecnologie, molte informazioni privilegiate sfuggono al setaccio del potere. Un caso esemplare è quanto accaduto con Wikileaks.
Altre vengono invece “bruciate” dalla rete mediante opinionisti e false notizie (“fake”), verosimili ma fasulle, che creano diffidenza negli utenti. Spesso, proprio grazie alla sottrazione piuttosto che alla distruzione di informazioni, o alla dequalificazione delle fonti, viene garantito il potere alla classe dirigente.

Ma perché tutto questo discorso introduttivo?

La risposta è nella spiegazione degli avvenimenti economico/politici di quest'ultimo periodo e nelle risposte che il premier Monti e i partiti suoi sostenitori rifilano ai cittadini.
Prendiamo ad esempio tre indici continuamente citati:

- Debito pubblico
- Prodotto Interno Lordo (PIL)
- Tasso di disoccupazione

Sentiamo continuamente ripetere che l'Italia, assieme alle altre nazioni europee offensivamente rappresentate con l'acronimo P.I.G.S.(Pigs in inglese significa “maiali” - Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), sia in una condizione economica spaventosa. A detta di chi ci governa, a due passi dal baratro!
Dunque, tutti coloro che oggi gridano al disastro, e si propongono come salvatori della Baracca Italia, dovrebbero spiegare dov'erano e cosa facevano fino all'altro ieri!

Il Premier Mario Monti, ad esempio, mi pare sia stato commissario europeo per il Mercato Interno tra il 1995 e il 1999 nella Commissione Santer; sotto la Commissione Prodi ha rivestito il ruolo di commissario europeo per la concorrenza fino al 2004; relatore della commissione sulla difesa del risparmio finanziario dall'inflazione (1981), presidente della commissione sul sistema creditizio e finanziario (1981-1982).

Ma tra le tante altre cariche ricoperte, vi è il ruolo di presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg. Da questi incarichi si è dimesso il 24 novembre 2011, a seguito della nomina a Presidente del Consiglio.

Ma, soprattutto, tra il 2005 e il 2011, è stato international advisor per Goldman Sachs e precisamente membro del Research Advisory Council del Goldman Sachs Global Market Institute, presieduto dalla economista statunitense Abby Joseph Cohen.

Quindi, delle due l'una: o quanto stava accadendo si sapeva, e si è fatto finta di nulla per convenienza di coloro che avevano gli attuali governanti a libro paga; oppure lo si è capito tardi, quando l'irreparabile era già avvenuto. In entrambi i casi, una persona avveduta darebbe fiducia a tali amministratori?

Ma, le cose stanno effettivamente come ci raccontano o, forse, c'è stata qualche manipolazione informativa tesa a giustificare le derive liberiste per avvantaggiare multinazionali e gruppi economici esteri.

E si, perché a ben vedere, ho l'impressione che nei confronti dei PIGS, l'Europa, o meglio il Parlamento Europeo, si stiano comportando come fecero i Conquistadores Spagnoli con i nativi delle Americhe.

Ho citato tre indicatori economici importanti. Analizziamoli uno ad uno. Riporto qui uno stralcio di Antonio Pagliarone , presente al link:
http://www.ildialogo.org/economia/NotizieC_1335302159.htm

“...
Uno dei protagonisti sorti alla ribalta dell’economia moderna è l’indebitamento.
Il debito accumulato negli Stati Uniti nel 2011 ammontava a poco più di 15 trilioni di dollari superando di poco il PIL dello stesso anno mentre nel pieno della crisi finanziaria del 2008 era di 9,6 trilioni.
Il debito al consumo delle famiglie americane, pur essendo declinato dal 2008, che era pari a 14 trilioni, registra nel 2011 un ammontare di 11,66 trilioni. La Figura 1 riporta l’andamento del debito complessivo rispetto al PIL nel quale si nota che nel 2009 ha raggiunto il 369.7 % mentre il picco del 1933 era del 299,8%.

Figura 1
USA: Debito Totale rispetto al PIL dal 1870 al 2010


Fonte: BEA, Federal Riserve, Census Bureau: Historical Statistics of United States, Colonial Time

Condizioni di indebitamento ormai divenute inverosimili si rilevano anche negli altri paesi maggiormente industrializzati come il Giappone che nel 2009 ha registrato un rapporto debito/PIL del 571%, ma lo stesso anno nel Regno Unito era al 466%, in Spagna al 366%, nella Corea del Sud al 333%, in Francia 323%, in Italia al 315%, in Svizzera al 313%, in Germania al 285% ed in Canada al 259%. La figura 2, tratta da Global Finance, mostra il rapporto debito PIL in vari paesi ed è interessante notare la distinzione tra il debito del Governo, delle Imprese non finanziarie, del settore finanziario e delle famiglie(1).
In Italia il debito delle famiglie nel 2011 ammontava a 503 miliardi di euro ed è aumentato del 36,4% rispetto al 2008.
(1)Per quanto riguarda gli Stati Uniti non sono stati inseriti gli ABS (Asset Backed Securities), titoli simili alle obbligazioni derivanti da operazioni di cartolarizzazione, che porterebbero il debito complessivo ad un valore superiore del 360% nel 2009.

Figura 2
Debito Totale, come percentuale del PIL, nei vari paesi suddiviso per settori




Possiamo rilevare una curiosità che mette in discussione molti luoghi comuni. Infatti spesso si imputa un aggravamento dell’ammontare del debito al numero elevato di impieghi statali che peserebbero sul bilancio dello stato. Ebbene dai dati forniti dall’ILO (International Labour Office) risulta che il rapporto tra lavoratori pubblici rispetto alla popolazione attiva totale nell’arco del periodo 2000-2009 è più elevato in Finlandia (23%), Francia (22%), Belgio 17%, mentre in Italia è poco meno del 15%, in Portogallo, Olanda, Spagna è al 13%, in Germania all'11% mentre il fanalino di coda è rappresentato dalla Grecia con il 7,5%.

Se tra i dipendenti pubblici consideriamo anche quelli impiegati nelle imprese dello stato allora scopriamo che in Francia e in Finlandia il rapporto con la popolazione attiva è poco meno del 25%, in Belgio, Grecia ed Olanda siamo attorno al 20% mentre in Italia e in Germania non toccano il 15%, con la Spagna al 14%. Questi dati mettono definitivamente in discussione l’idea che il risanamento del debito possa passare attraverso i tagli all’occupazione pubblica.

La crescita economica che gli Stati Uniti hanno vantato nel passato è divenuta ormai un vago ricordo. Come sottolinea Paolo Giussani l’andamento crescente del PIL, dopo il crash del 2008, è stato un artefatto realizzato inserendo nei calcoli “il giro d’affari del settore finanziario che assieme ad altre voci viene aggiunto indebitamente al PIL che, deprivato dell'iniziale effetto del cosiddetto stimolo fiscale, si trova ora a tendere verso un punto di pura e semplice stagnazione produttiva, a voler essere benevoli”. ...

Figura 3
Declino del PIL, espresso in miliardi di dollari (a prezzi e tassi di cambio correnti), tra il 2007 ed il 2010 in vari paesi



…..
“Il Regno Unito tra il 2007 ed il 2010 ha subito una diminuzione del PIL pari al 20%, mentre l’Irlanda del 18,4%, l’Italia del 3,1%, la Spagna del 2,4%, la Germania dell'1,3% e la Francia dello 0.9%. Nel suo complesso l’Unione Europea ha registrato una diminuzione del PIL nello stesso periodo pari al 4,3%.

Il tasso di disoccupazione ufficiale negli Stati Uniti è dell'8,5% ma in realtà se si tiene conto dei criteri piuttosto elastici nel calcolare l’occupazione, grazie all’Hedonic System, si raggiunge il valore dell'11,4% ma rilevazioni alternative, che inglobano nei senza lavoro gli scoraggiati, i lavori a breve termine e quelli part-time, fanno innalzare il tasso di disoccupazione al 22,7%3. Tanto per intenderci durante il periodo della Grande Depressione il picco massimo di disoccupazione si è raggiunto nel 1933 con il 25%.”...

Ma allora, se altri stanno peggio di noi, a incominciare dagli Stati Uniti d'America e l'Inghilterra, tutto quello che ci hanno raccontato finora, cioè che L'Italia è messa male, che il nostro sistema economico è ingessato e bloccato dalle corporazioni, della necessità di liberalizzare e lasciare carta bianca al Mercato, di svendere il Patrimonio Pubblico, sono balle?
A quanto pare c'è chi è in una condizione ben peggiore, l'America e la Gran Bretagna, entrambe patria del liberismo, eppure lì non sento sirene mediatiche proclamare la messa all'asta della Casa Bianca o del Ponte di Brooklyn o della Torre di Londra!

E' chiaro che qualcosa non quadra nell'informazione ufficiale fornitaci.
E' altrettanto chiaro che i nostri politici, tranne alcuni furboni prezzolati, sono ignoranti in materia economica e si affidano a tecnici al soldo di chi vuol dirigere l'economia nazionale per riempirsi le proprie tasche. Tecnici allevati nell'ambiente anglosassone della City e allattati culturalmente dalla McGraw-Hill Companies, Inc., publicly traded corporation. Quella, per capirci, dei libri di testo su cui studiano e hanno studiato i citati tecnici, sita nel Rockefeller Center in New York City, molto nota per la Standard & Poor's Corporation (S&P), una sua sussidiaria, e una delle maggiori agenzie di rating.

Ma allora che fare? Come comportarci? Chi votare nelle prossime elezioni e a chi concedere fiducia?

L'unico consiglio che mi sento di dare è quello, classico, di un genitore premuroso ai figli piccoli quando escono di casa: “... mi raccomando, quando torni, non fermarti a parlare con estranei e non accettare caramelle da sconosciuti!”.

Dr. Raffaele Siniscalchi
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R.Siniscalchi
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MessaggioOggetto: Re: La pubblica opinione.   Gio Dic 06, 2012 11:24 am

E, come volevasi dimostrare, appena si prova ad alzar la testa per contrastare la situazione economica attuale, ecco che giungono rating negativi per dissuadere eventuali sostenitori delle politiche di aiuto.

Da http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20121206_074622.shtml

**************************

New York, 6 dic. (TMNews) - Standard & Poor's ha bocciato la Grecia portando ancora una volta il rating a "default selettivo" da tripla C. Lo ha comunicato nel tardo pomeriggio americano di ieri, la tarda serata italiana, l'agenzia di rating in scia alla decisione del Paese di lanciare un piano di riacquisto del proprio debito. In pratica, Atene non è ritenuta in grado di rispettare alcuni dei suoi impegni nei confronti dei propri creditori pur continuando a onorare il pagamento di altre obbligazioni.

Lunedì scorso la Grecia ha avviato un piano per ritirare dal mercato circa la metà dei titoli di Stato in mano a creditori privati come parte di un ultimo tentativo per tagliare l'enorme debito che pesa sullo stato di salute finanziario del Paese. Sebbene gli investitori avessero reagito positivamente alla questa mossa, la portata ridotta del piano stesso ha sollevato alcune questioni in merito alla capacità del Paese di ridurre il proprio debito nella misura sperata dai creditori europei ed internazionali.

Il mercato sembra avere snobbato la notizia della bocciatura di S&P di ieri, fattore che non sorprende dal momento che le tre principali agenzie di rating avevano già fissato per i bond della Grecia giudizi ben al di sotto dell'investment grade, il voto massimo che un prodotto obbligazionario possa ricevere. Fitch ha assegnato un giudizo di tripla C mentre C è quello fissato da Moody's. Secondo alcuni gestori, quella di S&P è una mossa tecnica che non implica necessariamente un fallimento reale del Paese. Una volta che il piano di riacquisto di titoli governativi è completato - dicono gli esperti - è probabile che S&P riveda la propria opinione.

Non è infatti la prima volta che S&P assegna alla Grecia il rating "default selettivo". L'agenzia lo aveva fatto lo scorso febbraio dopo che Atene aveva ristrutturato il suo debito per poi riportare nel mese di maggio il rating a tripla C. Ad agosto, infine, S&P abbasò l'outlook a negativo.
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