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 L'avvilente monotonia della vita ...

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AutoreMessaggio
R.Siniscalchi
Farmacista M.S.F.I.
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Maschile Numero di messaggi : 127
Località : Cagnano Varano (FG)
Data d'iscrizione : 03.04.08

MessaggioTitolo: L'avvilente monotonia della vita ...   Lun Gen 14, 2013 9:31 pm

L'avvilente monotonia della vita è permeata da gesti e riti quotidiani, di cui si nutre, e del collaterale senso di insofferenza mitigato con l'inconfessata speranza di poterli perpetuare per sempre. L'abitudinario caffè di metà mattina, col solito amico al solito bar, è uno tra i tanti.

La scusa è il caffè, il motivo è scambiare cinque minuti di pensieri in libertà.

Come si faceva da ragazzini con le figurine. Ognuno esibiva il pezzo pregiato, propinava un doppione, e riceveva in permuta qualcos'altro per terminare l'album.

L'altro giorno, nella breve passeggiata verso il bar, ho soffermato lo sguardo a leggere il nome della prima strada all'incrocio della mia: Via Pietro Micca.

Per uno strano scherzo del destino, pensai, solo una vocale impediva alla brevità del nome di sovrapporsi ed essere confuso con quello dell'oggetto ancor più effimero e causa della morte del militare sabaudo.

Leggere, poi, tutte le successive targhe stradali fu uno spontaneo inconsapevole esercizio. Il cammino terminava con Via Di Vagno, passando, nell'ordine, Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi, Enrico De Nicola, Ciro Menotti e Gaetano Salvemini.

Il titolare dell'ufficio tecnico comunale dell'epoca fu certo ispirato da un robusto criterio patriottico nell'odonomastica. O forse non voleva far torto a nessuno!

Esternai all'amico del caffè questo pensiero.

Entrambi, giungemmo alla conclusione della difficoltà, oggigiorno, di nominare una strada o una piazza a un personaggio politico contemporaneo, per riconosciuti meriti.

Provate solo a immaginare la reazione degli abitanti di una zona nel vedersi mutare l'indirizzo di casa col nome di un attuale deputato o senatore che, tranne l'appellativo di onorevole, non hanno nulla di ciò nei propri comportamenti. Sicuramente sarebbe cosa meno sgradita se lo si potesse fare alla memoria del personaggio, per prematura morte o scomparsa politica!

Nel pomeriggio, al terzo e solitario caffè della giornata, tornai a riflettere sui quei nomi incontrati quotidianamente e a cui non degnavo attenzione, forse per averne già fornita a sufficienza negli anni del liceo.

Sbagliavo.

Nel rileggere la biografia di Einaudi rimasi colpito dall'attualità del personaggio, dal suo spessore culturale. Ma, soprattutto, dalla contemporaneità e universalità delle idee.

Einaudi era un liberalista convinto, non un liberista!

La diatriba intrapresa con colui che rappresentò il suo mentore, Benedetto Croce, fu epica. Infine si arrese, non per convincimento ma per il rispetto dell'altrui pensiero e l'inevitabile confusione che sarebbe susseguita nella politica economica dell'epoca.

Chi si professa liberista dovrebbe confrontarsi con le idee “liberaliste” di Einaudi.

E' facile far confusione. Un conto è essere liberisti, altro è definirsi liberali!

Oggi tutti, o quasi tutti, si dicono liberali e parlano sempre di liberalismo e liberismo, senza sapere di che si tratta e contraddicendosi nei fatti.

Nel 1948 Einaudi scriveva sul “Corriere della sera” un elogio della “libertà dell'uomo comune” professando la tesi che la libertà politica debba procedere di pari passo con la libertà economica. Anzi essa - la libertà economica – “... è la condizione necessaria della libertà politica.”

...Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l'esercizio effettivo, pratico, della libertà: all'un estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; ed all'altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano comunemente monopolismo e collettivismo: ed ambedue sono fatali alla libertà. … “

I principi, di cui ho sinteticamente dato un accenno, furono ampiamente dibattuti con Benedetto Croce in una discussione cominciata in era fascista e terminata a guerra finita nel 1949. Ognuno restò sulle sue posizioni.

Croce, filosoficamente, riteneva l'uomo libero di pensare e scegliere, sempre e comunque. Anche di fronte a scelte di vita o di morte per se o i suoi affetti (la sottomissione o la morte è pur sempre una scelta, ma non è vita!).

Einaudi, invece, estraneo all'idealismo filosofico, sentiva la scelta obbligata come un'offesa alla dignità dell'uomo, immorale e sudditanza del libero arbitrio.

Forse i due avrebbero dovuto meglio definire quelli che ritenevano dovessero essere i confini della “libertà dello spirito” e quali quelli della “libertà dell'individuo”. Tuttavia nel 1928, ne “La Riforma Sociale”, Einaudi accettò la tesi di Croce secondo il quale il liberismo è un concetto inferiore e subordinato a quello più ampio di liberalismo.

Einaudi etichettava come liberisti “coloro i quali accolgono la massima del lasciar fare e del lasciar passare quasi fosse un principio universale. Secondo costoro, l'azione libera dell'individuo coinciderebbe sempre con l'interesse collettivo" .

Molti anni dopo, nel 1941, precisò meglio che il liberismo non dovesse essere il “lasciar fare”, ma l'intervento dello Stato che fissa i limiti entro i quali il privato può muoversi, eliminando gli ostacoli (burocratici, n.d.a.) atti a impedire il funzionamento della libera concorrenza. Senza tuttavia consentire che la libertà fornita possa, per quelle forze naturali sprigionatesi da essa, ostacolare lo stesso processo competitivo.

Quindi diversificò il concetto interventista statale (comunista) dal liberista, esso: "… non sta nella “quantità” dell'intervento, bensì nel “tipo” di esso... Il legislatore liberista dice invece: io non ti dirò affatto, o uomo, quel che devi fare; ma fisserò i limiti entro i quali potrai a tuo rischio muoverti".

Einaudi era consapevole che liberismo e liberalismo non sempre collimano. Il primo riferentesi a quella dottrina economica caratterizzata dalla valutazione negativa dell'intervento statale nell'economia, il secondo, invece, basato sull'affermazione e la rivendicazione di un nucleo di diritti individuali inalienabili a fondamento di ogni convivenza civile.

Ai primi posti tra i diritti individuali son stati posti, nella nostra Costituzione, il lavoro, il diritto alla salute e quello all'istruzione. E non necessariamente in quest'ordine, avendo tutti pari dignità.

Oggi alcuni economisti provano a stabilire una classifica di priorità nella scala di valori della vita sociale. Eppure lo stesso Croce affermò che “... Chi deve decidere non può accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libito individuale, e ricchezza solo l'accumulamento dei mezzi a tal fine; e, più esattamente, non può accettare addirittura, che questi siano beni e ricchezza, se tutti non si pieghino a strumenti di elevazione umana".

Se, nell'attuale clima politico, coloro che saranno chiamati a legiferare liberalizzeranno i processi produttivi nell'interesse del cittadino, ponendo precisi limiti al “lasciar fare” del mercato, come al contrario vorrebbero i gruppi economici di potere, e slegando i lacci e laccioli burocratici che bloccano lo sviluppo, allora l'Italia potrà pensare di risollevarsi dalla crisi in cui versa.

Se, viceversa, si darà ascolto ai quei profeti che, incensando questo o quell'altro sistema economico, e privi di strumenti economici di paragone, indirizzeranno l'intervento statale a favore di multinazionali e grosse imprese, declassando il valore del lavoro individuale e appiattendo i salari, difficilmente ci sarà un futuro migliore per le prossime generazioni.
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