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 Meritocrazia e liberismo (mal) coniugate nel modello di welfare state americano.

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R.Siniscalchi
Farmacista M.S.F.I.


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Data d'iscrizione : 03.04.08

MessaggioOggetto: Meritocrazia e liberismo (mal) coniugate nel modello di welfare state americano.   Mer Nov 17, 2010 5:42 pm

Per deformazione personale, dopo aver passato anni a staccar fustelle dai medicinali, evito di apporre etichette distintive alle persone con cui entro in relazione.
Mai sospetto ebbi, durante gli studi universitari, di come all'interno della mia categoria professionale ci potessero essere divisioni corporativistiche tese a sottrarsi vicendevolmente risorse e “territorio”.
Principalmente esse si originano dall'idea che la titolarità di una farmacia, apice della carriera professionale del farmacista privato, sia spesso immeritata e acquisita dal privilegio.
Pertanto il plauso tributato alle idee liberiste di chi vuole un mercato meritocratico senza vincoli, amministrato dalla sola norma dell'autoregolamentazione, trova ampio consenso.
Il singolare paradosso è il rischio d'accentuare, senza leggi, proprio l'ingiustizia sociale che si vuole evitare.

Noto di frequente l'uso della parola “meritocrazia” nella accezione più comune del termine di “merito”.
Meritocrazia è una parola che in se racchiude tanti significati, erroneamente sospesi nella consumata frase detta dai genitori per apostrofare i figli svogliati o poco propensi allo sforzo scolastico: “... le cose te le devi meritare”.

Fondamentalmente “la meritocrazia è una forma di governo dove le cariche amministrative, pubbliche, e ruoli che richiedono responsabilità nei confronti degli altri, sono distribuiti secondo criteri di merito e non di appartenenza, familiare (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia).”
E' sensazione comune che la sua carenza porti a un disfacimento dello Stato e della qualità e quantità dei servizi che esso dovrebbe offrire ai cittadini.
Michael Young nel suo libro "Rise of the Meritocracy" (1958) usò, per primo, questo termine in maniera dispregiativa ad individuare un sistema sociale in cui il livello gerarchico degli individui era determinato dal proprio quoziente intellettivo e dall'impegno profuso.
Malgrado l'origine negativa della parola, tanti reputano il sistema meritocratico un buon sistema sociale in quanto più giusto e produttivo di altri nonché scevro da discriminazioni razziali, sessuali o sociali.

All'opposto i detrattori della meritocrazia argomentano focalizzando l'attenzione sull'aspetto distopico centrale dell'idea di Young, cioè l'esistenza di una classe meritocratica in grado di monopolizzare l'accesso al merito e alle regole sui cui si basa il metodo esaminatore. Capace quindi di perpetuare di conseguenza il proprio potere, status e privilegi.

Quindi di quale modello di stato sociale potremmo discutere con queste premesse?
E' possibile far convivere un sistema sociale meritocratico e smodatamente competitivo, quello capitalistico, in simbiosi con uno di natura solidaristica e assistenziale (welfare state)?

Un esempio di modello sociale meritocratico capitalistico, celebrato da molti economisti (e liberisti) come Giavazzi, è quello americano. Dichiaratamente (e apparentemente) schierato dalla parte dei meritevoli, ma non certo dei più deboli!

Non a caso c'è da dire, visto che, nel redigere la Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, rifacendosi a John Locke (Capitolo Quinto di "Due trattati sul governo"), postulò una società in cui il fondamento di tutte le proprietà è esclusivamente il lavoro esercitato legittimamente dagli uomini, idealizzando una società stratificata per merito e non per nascita o razza.
Per gli Stati Uniti, ex colonia britannica, allora non esisteva alternativa!
Locke sosteneva che l'acquisizione di proprietà non era moralmente sbagliata purché avvenisse attraverso il sacrificio al lavoro e finalizzata a soddisfare i bisogni immediati dell'individuo.

I liberisti però volutamente ignorano e non dicono che in America sono premiati i più forti e non i migliori. Primeggia chi è più dotato in risorse monetarie, relazionali, istruzione e spregiudicatezza negli affari: doti (in particolare le prime tre) possedute da chi è già in alto nella scala sociale.
Nulla di nuovo nel Nuovo Continente rispetto all'Europa, nonostante le buone intenzioni dei padri fondatori!

A far dei paragoni, anche la Costituzione Italiana celebra l'Italia come una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1) ove i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3).
Anche la Francia Napoleonica, fondatrice di quella oggi democratica e basata su principi di uguaglianza, fratellanza e legalità, veniva storicamente ritenuta meritocratica. Lo stesso Napoleone (autoproclamatosi imperatore) soleva affermare: "La carrière ouverte aux talents", ovvero la carriera è aperta ai talenti. Salvo poi nominare suoi parenti e amici in posti di comando.

Evidentemente la lealtà al potere era (ed è) un elemento di discrimine più importante del puro merito nelle prestazioni e compimento degli incarichi.
Quanto oggi accade in politica ne è un valido e deleterio esempio.

Anche a considerare altre democrazie evolute, inglobate nel villaggio del mercato mondiale, nessuna è dispensata da forme di pseudo-meritocrazia ove salute, ricchezza e status sociale sono raggiunti attraverso la competizione o, peggio, con violenza e furbizia.

Il potere alimenta se stesso e, quando politico, viene commisurato a quello economico (plutocrazia). E' possibile negare che nel Mondo Occidentale contemporaneo ciò non avvenga? Non è forse vero che multinazionali e governi sono fasciati in comuni situazioni simbiotiche?

Quali allora le soluzioni per poter sostenere un “welfare state” senza necessariamente ricorrere alle “sponsorizzazioni” (carità) private?

Come coniugare il dovere all'elemosina, per chi ha avuto (giustamente) molto, con il diritto all'assistenza pubblica per coloro che hanno avuto poco dalla vita, senza cadere in falsi pietismi e perpetuare le politiche libertarie che hanno determinato proprio quelle discriminazioni sociali che la meritocrazia tecnicamente disconosce?

La cristallizzazione di una comunità in un apparato legislativo equo determina stabilità e consapevolezza di diritti e dei doveri che mal si sposano con la mobilità sociale del capitalismo. In un rapporto di reciprocità di diritti e doveri verrebbe meno il consolidamento degli status se, in linea teorica, il povero può diventare ricco e il ricco povero.

Si tratta allora di accordare l'arroganza dei giusti con la superbia degli ultimi in un'assonanza di sinonimi piena di sottili sfumature.
I primi giustamente legittimati dal sistema ad occupare il loro ruolo e gli altri ugualmente desiderosi della stessa posizione gerarchica e pronti a cambiare le regole pur di avere maggiori opportunità per salire di livello sociale. Anche a costo di validare, senza rendersene conto, le storture che osteggiano.
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R.Siniscalchi
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MessaggioOggetto: Re: Meritocrazia e liberismo (mal) coniugate nel modello di welfare state americano.   Mer Nov 02, 2011 7:35 pm

In Italia, invece, la meritocrazia la si intende e applica così:

Da affariitaliani.it
http://affaritaliani.libero.it/cronache/comune-di-bologna-concorso-truccato021111.html

Concorsi, vittorie indirizzate. Scandalo al Comune di Bologna

Mercoledì, 2 novembre 2011 - 12:05:40
Di Antonio Amorosi

Di fronte al Paese che precipita nella crisi economica c'è anche chi pensa che possa continuare tutto come prima. È il Comune di Bologna che pubblica un bando di concorso per 13 alte specializzazioni. Ma sembra tutto indirizzato a una vittoria preconfezionata: una serie di dirigenti interni del Comune stesso.

I 13 ruoli sono per 4 aree: tecnologie informatiche, cultura,sociosanitaria, tecnica. Vengono richiesti profili per singole posizioni così dettagliati da coincidere perfettamente con i dirigenti del Comune che già ricoprono quei ruoli e che alla pari di altri professionisti aderiscono al concorso e ai colloqui orali, tra lo sconforto dei partecipanti esterni che sanno che non c’è gara. Entrati durante i mandati precedenti con contratti a tempo determinato, con il Sindaco vincente, invece di decadere a fine mandato, vengono prorogati a data futura. Infatti anche con questo sistema il numero dei dipendenti del Comune di Bologna si gonfia sempre di più ad ogni elezione amministrativa.

Il decreto Brunetta impone che gli incarichi dirigenziali e di alta specializzazione a tempo determinato “non possano avere durata superiore al mandato elettivo del Sindaco” (comma 3 dell’articolo 110del TUEL) come spiegato anche dalla Corte dei Conti – sezione regionale di controllo della Puglia nella deliberazione n. 44/PAR/2010. Ma gli incarichi di questi dirigenti sono stati prorogati ogni volta. Quelli entrati col Sindaco Vitali sarebbero dovuti decadere con Guazzaloca, e quindi poi quelli con Cofferati con l’elezione di Delbono, eccetera.

Ma la scadenza è stata prorogata fino al 30 ottobre 2011, molto oltre una durata consentita e superando poi le 8 persone definite dalla Legge. I dirigenti a tempo determinato risultavano essere infatti 22 all’insediamento del nuovo Sindaco Merola. Per fortuna per noi cittadini non entrano tutti così, ci sono tante eccezioni. Ma se entri in Comune nello staff del Sindaco, attraverso un incarico in un settore strategico, una volta decaduto lui il partito politico o il Sindaco stesso ti garantiscono la continuità per il mandato successivo prorogandoti il contratto a tempo determinato o organizzandoti un concorso.

Nel primo caso siamo molto probabilmente in un illecito amministrativo secondo la legge Brunetta, già denunciato alle autorità competenti, ma nulla è successo, nel secondo siamo ad oggi. Ma questo è un percorso a tappe perché il Comune di Bologna ha già bandito altri tre concorsi per dirigenti di mobilità, sicurezza e ambiente che col 99% delle probabilità dovranno essere vinti dagli attuali che ricoprono l’incarico (salvo cambiamenti in corso dopo la pubblicazione diquesto articolo). Fin qui niente di nuovo.

Il “Sistema Italia” è quasi sempre così connotato: assistenzialismo, garantismo, sprechi e scarsa meritocrazia. Ma il problema oggi, come per la Grecia, non è la caduta ma l’atterraggio.
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R.Siniscalchi
Farmacista M.S.F.I.


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MessaggioOggetto: Re: Meritocrazia e liberismo (mal) coniugate nel modello di welfare state americano.   Sab Mag 12, 2012 2:11 pm

Dal seguente link:

http://blog.panorama.it/italia/2012/02/08/posto-fisso-ecco-dove-lavorano-e-con-che-contratto-i-figli-del-governo-tecnico/

Posto fisso: ecco dove lavorano e con che contratto i figli del Governo Tecnico
di Romana Liuzzo e Cecilia Moretti

L’esecutivo della sobrietà predica bene e razzola male. Altro che «il lavoro a vita è un’illusione», come sentenziava, giorni fa, il ministro del lavoro, Elsa Fornero, la cui figlia, Silvia Deaglio, (il papà è l’economista Mario Deaglio), a soli 37 anni è già professore associato alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino oltre ad esser anche responsabile della ricerca presso la HuGeF, una fondazione che si occupa di genetica.

Mentre i figli della gente comune si sentono dire dal Presidente del Consiglio, Mario Monti, che «il posto fisso è una noia», i loro, quelli di ministri e sottosegretari, hanno carriere ben avviate, tredicesime e ferie. Niente da ridire sui curriculum (tutti degni di nota), ma almeno facessero tacere mamma e papà dagli alti scranni di Montecitorio…
Cosa fanno i figli dei «tecnici»? Sono manager, professori universitari, alti dirigenti. Passiamoli in rassegna:

Giovanni Monti, per quanto ora momentaneamente disoccupato viene dai vertici di Parmalat. E troverà certo altra collocazione.

Che dire di Giorgio Peluso, 42enne, figlio del ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri (quella della frase… «Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città a fianco di mamma e papà»). Lui è stato recentemente promosso: già precoce direttore di Unicredit, è stato nominato direttore generale di Fondiaria Sai, un bel posto fisso da 500 mila euro l’anno.

Luigi Passera, il primogenito del super ministro (arrivato a quota quattro pargoli in questi giorni), si può dire abbia anche lui seguito le orme paterne: lavora alla Procter & Gamble e come il babbo si è laureato in Bocconi.

E’ stata collocata direttamente nello studio di commercialisti di famiglia, Maria Maddalena Gnudi, una delle tre delizie dell’ex presidente dell’Enel, Piero Gnudi, attuale ministro del Turismo. Elisabetta invece lavora a Nomisma, think thank e società di consulenza del mondo prodiano. La terza figlia di Gnudi, Elsa, si occupa di pubblicità.

E andiamo oltre. Il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, ex rettore del Politecnico di Torino ha tre figli. La più grande, Costanza, vive a New York e lavora nello studio di Daniel Libeskind. Per intenderci, l’architetto che ha progettato il futuro di Ground Zero.

Qualche disoccupato? Qualche precario tra i figli del governo Monti? Faccia un passo avanti.

Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, di figli ne ha tre. Carlo, classe ’63 da quasi due anni lavora per la Regione Veneto.

Paola Severino, ministro della Giustizia, ex docente Luiss, avvocato difensore di Cesare Geronzi, ha una figlia, Eleonora, 35 anni, che come i genitori (il papà Paolo di Benedetto è un altro avvocato di fama), lavora nello studio di mamma che naturalmente si è autosospesa e insegna alla Sapienza di Roma.

Dopo la laurea è andata a lavorare nella società Terna (ma è impiegata di basso livello e con contratti a termine), Michela, 26 anni, una delle due figlie di Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Un po’ di attenzione la merita anche Pierluigi Mazzamuto, figlio di Salvatore, palermitano, sottosegretario alla giustizia e ordinario di diritto civile a Roma Tre. Come il padre, si occupa di diritto: è ricercatore nel dipartimento di Diritto Privato dell’Università statale di Palermo.

Un posto fisso non si nega a nessuno, al precariato ci pensino gli altri.
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